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Tracciabilità dei rifiuti: il RENTRI basta davvero?
9 Ott, 2026

La tracciabilità dei rifiuti è, da molti anni, lo strumento a disposizione di tutti per “tracciare”, dalla culla alla tomba, il ciclo di vita di un rifiuto.

La tracciabilità, rappresentata da registri cronologici di carico e scarico, formulari di identificazione dei rifiuti e MUD, è spesso vista come il fulcro della gestione dei rifiuti. Ma siamo sicuri che sia davvero così?

La tracciabilità è la traccia scritta, cartacea (ormai sempre meno) o digitale, che racconta al Produttore, all’auditor e agli organi di controllo quando è nato il rifiuto, come è descritto, in che quantità, e quali sono i soggetti incaricati della sua intermediazione, del trasporto e del recupero.

Tutte le informazioni che riportiamo nella “tracciabilità” sono però il risultato di un lavoro svolto a monte, sin dal momento della produzione del rifiuto.

Il primo passo è la classificazione, ovvero il processo tecnico-normativo con cui i Produttori descrivono i processi che hanno generato il rifiuto, le sue caratteristiche chimico-fisiche e ogni altro elemento utile per gestire correttamente il deposito temporaneo, etichettare e imballare il rifiuto, individuarne i pericoli e gli obblighi ADR e, infine, scegliere il trasportatore professionale più adatto (e autorizzato) e l’impianto di recupero o smaltimento più idoneo.

Quando gestiamo un rifiuto, quindi, le variabili e gli obblighi in gioco sono moltissimi. Spesso dimentichiamo, ad esempio, la gerarchia di gestione dei rifiuti, avallando con troppa facilità l’indicazione di un operatore di avviare i rifiuti a “smaltimento” (le operazioni contraddistinte dalla lettera D, per intenderci) solo perché quell’operatore, o la filiera di operatori dell’intermediario coinvolto, è autorizzato per tali operazioni. Eppure, il legislatore indica l’opposto: privilegiare prima di tutto soluzioni di recupero (senza considerare ora, per semplicità, la preparazione per il riutilizzo, fin troppo sconosciuta in Italia).

A questo punto il lettore potrebbe chiedersi il motivo di queste righe. Il RENTRI ha davvero rivoluzionato la tracciabilità dei rifiuti? Sta raggiungendo il proprio obiettivo?

Professionalmente direi di sì. Stiamo assistendo a una piccola rivoluzione nel campo della gestione dei rifiuti: molti Produttori hanno cambiato approccio, diventando più consapevoli delle proprie responsabilità, e hanno adottato o fatto evolvere i propri sistemi di gestione. Il merito, certo, non è tutto del RENTRI, ma anche della forte spinta data dall’inasprimento del sistema sanzionatorio che, se da un lato ha permesso a tutti i soggetti della filiera di evolversi rapidamente, dall’altro può essere considerato una “punizione” leggermente sproporzionata per ogni piccolo errore commesso nella gestione dei rifiuti.

Ritengo da sempre che gli errori vadano considerati nel loro quadro generale, distinguendo nettamente quelli che hanno un impatto reale sulla tracciabilità e sul rischio per l’ambiente da quelli che sono invece meri errori umani.

In un momento storico dominato dal tema dell’IA non dobbiamo dimenticare di essere esseri umani, con i nostri pregi e difetti: errare è umano. Aumentare a dismisura la quantità di adempimenti, con un incremento esponenziale del rischio di errore, non credo possa essere, a lungo termine, la direzione giusta verso una maggiore tutela ambientale o verso la green economy.

C’è poi l’altro lato della medaglia. Moltissimi soggetti della filiera, dal produttore all’impianto, restano ancorati a vecchi sistemi che non tengono conto dell’evoluzione normativa.

C’è chi pensa ancora che il codice EER debba essere fornito dal trasportatore, chi ritiene che le responsabilità ricadano tutte sull’intermediario o sul trasportatore, chi non sa ancora leggere un formulario: la platea di soggetti che non hanno compreso di far parte di un processo di evoluzione della tracciabilità è ancora molto ampia. Serve un grande impegno da parte di tutti per raggiungerli e modificare il loro approccio alla gestione dei rifiuti, con la conseguente riduzione del rischio.

Il rischio, altrimenti, è quello di avere una parte della filiera scollegata dal corretto sistema di gestione dei rifiuti, con effetti che possono propagarsi a macchia d’olio e coinvolgere anche i soggetti più virtuosi.

Il suggerimento? Iniziare o continuare a fare formazione e informazione. La storia ci ha insegnato che, quando si crea consapevolezza e si studia, ogni tema diventa più semplice da gestire e i sistemi evolvono rapidamente verso livelli più elevati. In un contesto come quello ambientale, un salto di livello può generare solo benefici per tutti.

Una platea di soggetti informati e formati può migliorare l’intero ecosistema, dalla produzione di beni e servizi fino alle nuove normative.

Chiudo con un piccolo pensiero che credo possa essere utile a tutti.

L’articolo 178 del D.Lgs. 152/2006 richiama il principio di cooperazione tra tutti i soggetti della filiera e di responsabilizzazione. Ritengo sia un concetto profondo e importante, che non va confuso con la possibilità, per un soggetto della filiera, di sostituirsi a un altro: sarebbe molto pericoloso. Detto in termini più semplici, un trasportatore, un impianto o un intermediario non possono sostituirsi agli altri attori della filiera, Produttori inclusi. Il nostro sistema di gestione dei rifiuti si basa su un controllo ridondante: ogni soggetto controlla chi lo precede e chi lo segue, e questo permette di ridurre il rischio di errori. Se uno o più soggetti lasciano che chi li precede o li segue si sostituisca a loro, il rischio di errore aumenta in modo esponenziale.

Ambiente & Rifiuti - Consulenza Tecnica per la gestione dei Vostri Rifiuti
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